gone
non tentar degli Dei, ché de' Celesti
e de' terrestri è disugual la schiatta.
Disse; e alquanto l'eroe ritrasse il piede
l'ira evitando dell'arciero Apollo,
che, fuor condutto della mischia Enea,
nella sagrata Pergamo fra l'are
del suo delubro il pose. Ivi Latona,
ivi l'amante dello stral Dïana
lo curâr, l'onoraro. Intanto Apollo
formò di tenue nebbia una figura
in sembianza d'Enea; d'Enea le finse
l'armi, e dintorno al vano simulacro
Teucri ed Achei facean di targhe e scudi
un alterno spezzar che intorno ai petti
orrendo risonava. Allor si volse
al Dio dell'armi il Dio del giorno, e disse:
Eversor di città, Marte omicida,
che sol nel sangue esulti, e non andrai
ad aggredir tu dunque, a cacciar lungi
questo altiero mortal, questo Tidìde
che alle mani verrìa con Giove ancora?
Egli assalse e ferì prima Ciprigna
al carpo della mano; indi avventossi
a me medesmo coll'ardir d'un Dio.
Sì dicendo, s'assise alto sul colmo
della pergàmea rocca, e il rovinoso
Marte sen corse a concitar de' Teucri
le schiere, e preso d'Acamante il volto,
d'Acamante de' Traci esimio duce,
così prese a spronar di Priamo i figli:
Illustri Prïamìdi, e sino a quando
permetterete della vostra gente
per la man degli Achei sì rio macello?
Sin tanto forse che la strage arrivi
alle porte di Troia? A terra è steso
l'eroe che al pari del divino Ettorre
di Meleagro, e la destò la madre
Altèa che, forte pe' fratelli uccisi
crucciosa, il figlio maledisse, e il suolo
colle man percotendo inginocchiata
e forsennata con orrendi preghi
di gran pianto confusi il negro Pluto
supplicava e la rigida mogliera
di dar morte all'eroe: né dal profondo
orco fu sorda l'implacata Erinni.
Del materno furor sdegnato il figlio
lungi dall'armi si ritrasse in braccio
alla bella consorte Cleopatra,
di Marpissa Evenina e del possente
Ida figliuola, di quell'Ida io dico
che tra' guerrieri de' suoi tempi il grido
di fortissimo avea, tanto che contra
lo stesso Apollo per la tolta ninfa
ardì l'arco impugnar. Mutato poscia
di Cleopatra il nome, i genitori
la chiamaro Alcïon, perché simìle
alla mesta Alcïon gemea la madre
quando rapilla il saettante Iddio.
Con gran furore intanto eran le porte
di Calidone e le turrite mura
combattute e percosse. Eletta schiera
di venerandi vegli e sacerdoti
a Meleagro deputati il prega
di venir, di respingere il nemico,
a sua scelta offerendo di cinquanta
iugeri il dono, del miglior terreno
di tutto il caledonio almo paese,
parte alle viti acconcio e parte al solco.
Molto egli pure il genitor lo prega,
dell'adirato figlio alle sublimi
soglie traendo il senil fianco, e in voce
supplicante del talamo picchiando
alle sbarrate porte. Anche le suore,
anche la madre già pentita orando
chiedean mercede; ed ei più fermo ognora
la ricusava. Accorsero gli amici
i più cari e diletti; e su quel core
nulla poteva degli amici il prego:
finché le porte da sonori e spessi
colpi battute, lo fêr certo alfine
che scalate i Cureti avean le mura,
e messo il foco alla città. Piangente
la sua bella consorte allor si fece
a deprecarlo, ed alla mente tutti
d'una presa città gli orrendi mali
gli dipinse: trafitti i cittadini,
arse le case, ed in catene i figli
strascinati e le spose. Si commosse
all'atroce pensier l'alma superba,
prese l'armi, volò, vinse, e gli Etòli
salvò; ma solo dal suo cor sospinto.
Quindi alcun dono non ottenne, e il tardo
beneficio rimase inonorato.
Non imitar cotesto esempio, o figlio,
né vi ti spinga demone maligno:
ché il soccorso indugiar, finché le navi
s'incendano, maggior onta sarìa.
Vieni, imita gli Dei, gli offerti doni
non disdegnar. Se li dispregi, e poscia
volontario combatti, egual non fia,
benché ritorni vincitor, l'onore.
Qui tacque il veglio, e brevemente Achille
in questi detti replicò: Fenice,
caro alunno di Giove, ed a me caro
padre, di questo onor non ho bisogno.
L'onor ch'io cerco mi verrà da Giove,
e qui pure davanti a queste antenne
l'avrò fin che vitale aura mi spiri,
fin che il piè mi sorregga. Altra or vo' dirti
cosa che in mente riporrai. Per farti
grato all'Atride non venir con pianti
né con lagni a turbarmi il cor più mai.
Non amar contra il giusto il mio nemico,
se l'amor mio t'è caro, e meco offendi
chi m'offende, ché questo ti sta meglio.
Del mio regno partecipa, e diviso
sia teco ogni onor mio. Riporteranno
questi le mie risposte, e tu qui dormi
sovra morbido letto. Al nuovo sole
consulterem se starci, o andar si debba.
Disse; e a Patròclo fe' degli occhi un cenno
d'allestire al buon veglio un colmo letto,
onde gli altri a lasciar tosto la tenda
volgessero il pensiero. In questo mezzo
vòlto ad Ulisse il gran Telamonìde,
Partiam, diss'egli, ché per questa via
parmi che vano il ragionar rïesca.
Benché ingrata, n'è forza il recar pronti
la risposta agli Achei, che impazïenti,
e forse ancora in assemblea seduti
l'attendono. Feroce alma superba
chiude Achille nel petto: indegnamente
l'amistà de' compagni egli calpesta,
né ricorda l'onor che gli rendemmo
su gli altri tutti. Dispietato! Il prezzo
qualcuno accetta dell'ucciso figlio,
delle mura troiane è la conquista.
Mosse quel dire delle turbe i petti,
e fremea l'adunanza, a quella guisa
che dell'icario mare i vasti flutti
si confondono allor che Noto ed Euro
della nube di Giove il fianco aprendo
a sollevar li vanno impetuosi.
E come quando di Favonio il soffio
denso campo di biade urta, e passando
il capo inchina delle bionde spiche;
tal si commosse il parlamento, e tutti
alle navi correan precipitosi
con fremito guerrier. Sotto i lor piedi
s'alza la polve, e al ciel si volve oscura.
I navigli allestir, lanciarli in mare,
espurgarne le fosse, ed i puntelli
sottrarre alle carene era di tutti
la faccenda e la gara. Arde ogni petto
del sacro amore delle patrie mura,
e tutto di clamori il cielo eccheggia.
E degli Achei quel dì sarìa seguìto,
contro il voler de' fati, il dipartire,
se con questo parlar non si volgea
Giuno a Minerva: O dell'Egìoco Padre
invincibile figlia, così dunque,
il mar coprendo di fuggenti vele,
al patrio lido rediran gli Achivi?
Ed a Priamo l'onore, ai Teucri il vanto
lasceran tutto dell'argiva Elèna
dopo tante per lei, lungi dal caro
nido natìo, qui spente anime greche?
Deh scendi al campo acheo, scendi, ed adopra
lusinghiero parlar, molci i soldati,
frena la fuga, né patir che un solo
de' remiganti pini in mar sia tratto.
Obbediente la cerulea Diva
dalle cime d'Olimpo dispiccossi
velocissima, e tosto fu sul lido.
Ivi Ulisse trovò, senno di Giove,
occupato non già del suo naviglio,
ma del dolor che il preme, e immoto in piedi.
Gli si fece davanti la divina
Glaucopide dicendo: O di Laerte
generoso figliuol, prudente Ulisse,
così dunque n'andrete? E al patrio suolo
navigherete, e lascerete a Priamo
di vostra fuga il vanto, ed ai Troiani
d'Argo la donna, e invendicato il sangue
di tanti, che per lei qui lo versaro,
bellicosi compagni? A che ti stai?
T'appresenta agli Achei, rompi gl'indugi,
dolci adopra parole e li trattieni,
né consentir che antenna in mar si spinga.
Così disse la Dea. Ne riconobbe
l'eroe la voce, e via gittato il manto,
che dopo lui raccolse il banditore
Eurìbate itacense, a correr diessi;
e incontrato l'Atride Agamennóne,
ratto ne prende il regal scettro, e vola
con questo in pugno tra le navi achee;
e quanti ei trova o duci o re, li ferma
con parlar lusinghiero; e, Che fai, dice,
valoroso campione? A te de' vili
disconvien la paura. Or via, ti resta,
pregoti, e gli altri fa restar. La mente
ben palese non t'è d'Agamennóne;
egli tenta gli Achei, pronto a punirli.
Non tutti han chiaro ciò che dianzi in chiuso
consesso ei disse. Deh badiam, che irato
non ne percuota d'improvvisa offesa.
Di re supremo acerba è l'ira, e Giove,
che al trono l'educò, l'onora ed ama.
S'uom poi vedea del vulgo, e lo cogliea
vociferante, collo scettro il dosso
batteagli; e, Taci, gli garrìa severo,
taci tu tristo, e i più prestanti ascolta
tu codardo, tu imbelle, e nei consigli
nullo e nell'armi. La vogliam noi forse
far qui tutti da re? Pazzo fu sempre
de' molti il regno. Un sol comandi, e quegli
cui scettro e leggi affida il Dio, quei solo
ne sia di tutti correttor supremo.
Così l'impero adoperando Ulisse
frena le turbe, e queste a parlamento
dalle navi di nuovo e dalle tende
con fragore accorrean, pari a marina
onda che mugge e sferza il lido, ed alto
ne rimbomba l'Egeo. Queto s'asside
ciascheduno al suo posto: il sol Tersite
di gracchiar non si resta, e fa tumulto
parlator petulante. Avea costui
di scurrili indigeste dicerìe
pieno il cerèbro, e fuor di tempo, e senza
o ritegno o pudor le vomitava
contro i re tutti; e quanto a destar riso
infra gli Achivi gli venìa sul labbro,
tanto il protervo beffator dicea.
Non venne a Troia di costui più brutto
ceffo; era guercio e zoppo, e di contratta
gran gobba al petto; aguzzo il capo, e sparso
né de' custodi alcun né dell'ancelle
di mia fuga s'avvide. Errai gran pezza
per l'ellade contrada, e giunto ai campi
della feconda pecorosa Ftia,
trassi al cospetto di Pelèo. M'accolse
lietamente il buon sire, e mi dilesse
come un padre il figliuol ch'unico in largo
aver gli nasca nell'età canuta:
e di popolo molto e di molt'oro
fattomi ricco, l'ultimo confine
di Ftia mi diede ad abitar, commesso
de' Dolopi il governo alla mia cura.
Son io, divino Achille, io mi son quegli
che ti crebbi qual sei, che caramente
t'amai; né tu volevi bambinello
ir con altri alla mensa, né vivanda
domestica gustar, ov'io non pria
adagiato t'avessi e carezzato
su' miei ginocchi, minuzzando il cibo,
e porgendo la beva che dal labbro
infantil traboccando a me sovente
irrigava sul petto il vestimento.
Così molto soffersi a tua cagione,
e consolava le mie pene il dolce
pensier che, i numi a me negando un figlio
generato da me, tu mi saresti
tal per amore divenuto, e tale
m'avresti salvo un dì da ria sciagura.
Doma dunque, cor mio, doma l'altero
tuo spirto: disconviene una spietata
anima a te che rassomigli i numi:
ché i numi stessi, sì di noi più grandi
d'onor, di forza, di virtù, son miti;
e con vittime e voti e libamenti
e odorosi olocausti il supplicante
mortal li placa nell'error caduto.
Perocché del gran Giove alme figliuole
son le Preghiere che dal pianto fatte
rugose e losche con incerto passo
van dietro ad Ate ad emendarla intese.
Vigorosa di piè questa nocente
forte Dea le precorre, e discorrendo
la terra tutta l'uman germe offende.
Esse van dopo, e degli offesi han cura.
Chi dispettoso queste Dee riceve,
ne va colmo di beni ed esaudito;
chi pertinace le respinge indietro,
ne spermenta lo sdegno. Esse del padre
si presentano al trono, e gli fan prego
ch'Ate ratta inseguisca, e al fio suggetti
l'inesorato che al pregar fu sordo.
Trovin dunque di Giove oggi le figlie
appo te quell'onor ch'anco de' forti
piega le menti. Se al tuo piè di molti
doni l'offerta non mettesse Atride
coll'impromessa di molt'altri poscia,
e persistesse in suo rancor, non io
t'esorterei di por giù l'ira, e all'uopo
degli Achivi volar, comunque afflitti;
ma molti di presente egli ne porge,
ed altri poi ne profferisce, e i duci
miglior trascelti tra gli Achei t'invìa,
e a te stesso i più cari a supplicarti.
Non disprezzarne la venuta e i preghi,
onde l'ira, che pria giusta pur era,
non torni ingiusta. Degli andati eroi
somma laude fu questa, allor che grave
li possedea corruccio, alle preghiere
placarsi, né sdegnar supplici doni.
Opportuno sovviemmi un fatto antico,
che quale avvenne io qui fra tutti amici
narrerò. Combattean ferocemente
con gli Etòli i Cureti anzi alle mura
di Calidone, ad espugnarla questi,
a difenderla quelli; e gli uni e gli altri,
gente d'alto valor, con mutue stragi
si distruggean. Commossa avea tal guerra
di Dïana uno sdegno, e del suo sdegno
fu la cagione Enèo che, de' suoi campi
terminata la messe, e offerti ai numi
i consueti sacrifici, sola
(fosse spregio od obblìo) lasciato avea
senza offerte la Diva. Ella di questo
altamente adirata un fero spinse
cinghial d'Enèo ne' campi, che tremendo
tutte atterrava col fulmineo dente
le fruttifere piante. Il forte Enìde
Meleagro alla fin, dalle propinque
città raccolto molto nerbo avendo
di cacciatori e cani, a morte il mise;
né minor forza si chiedea: tant'era
smisurata la belva, e tanti al rogo
n'avea sospinti. Ma la Dea pel teschio
e per la pelle dell'irsuta fera
tra i Cureti e gli Etòli una gran lite
suscitò. Finché in campo il bellicoso
Meleagro comparve, andâr disfatti,
benché molti, i Cureti, e approssimarse
unqua alle mura non potean. Ma l'ira,
che anche i più saggi invade, il petto accese
Due Prïamidi, Cromio ed Echemóne,
venìano entrambi in un sol cocchio. A questi
s'avventò Dïomede; e col furore
di lïon che una mandra al bosco assalta
e di giovenca o bue frange la nuca;
così mal conci entrambi il fier Tidìde
precipitolli dalla biga, e tolte
l'arme de' vinti, a' suoi sergenti ei dienne
i destrieri onde trarli alla marina.
Come de' Teucri sbarattar le file
videlo Enea, si mosse, e per la folta
e fra il rombo dell'aste discorrendo
a cercar diessi il valoroso e chiaro
figlio di Licaon, Pandaro. Il trova,
gli si appresenta e fa queste parole:
Pandaro, dov'è l'arco? ove i veloci
tuoi strali? ov'è la gloria in che qui nullo
teco gareggia, né verun si vanta
licio arcier superarti? Or su, ti sveglia,
alza a Giove la mano, un dardo allenta
contro costui, qualunque ei sia, che desta
cotanta strage, e sì malmena i Teucri,
de' quai già molti e forti a giacer pose:
se pur egli non fosse un qualche nume
adirato con noi per obblïati
sacrifizi: e de' numi acerba è l'ira.
Così d'Anchise il figlio. E il figlio a lui
di Licaone: O delle teucre genti
inclito duce Enea, se quello scudo
e quell'elmo a tre coni e quei destrieri
ben riconosco, colui parmi in tutto
il forte Dïomede. E nondimeno
negar non l'oso un immortal. Ma s'egli
è il mortale ch'io dico, il bellicoso
figliuolo di Tidèo, tanto furore
non è senza il favor d'un qualche iddio,
che di nebbia i celesti omeri avvolto
stagli al fianco, e dal petto gli disvìa
le veloci saette. Io gli scagliai
dianzi un dardo, e lo colsi alla diritta
spalla nel cavo del torace, e certo
d'averlo mi credea sospinto a Pluto.
Pur non lo spensi: e irato quindi io temo
qualche nume. Non ho su cui salire
or qui cocchio verun. Stolto! che in serbo
undici ne lasciai nel patrio tetto
di fresco fatti e belli, e di cortine
ricoperti, con due d'orzo e di spelda
ben pasciuti cavalli a ciascheduno.
E sì che il giorno ch'io partii, gli eccelsi
nostri palagi abbandonando, il veglio
guerriero Licaon molti ne dava
prudenti avvisi, e mi facea precetto
di guidar sempre mai montato in cocchio
le troiane coorti alla battaglia.
Certo era meglio l'obbedir; ma, folle!
nol feci, ed ebbi ai corridor riguardo,
temendo che assueti a largo pasto
di pasto non patissero difetto
in racchiusa città. Lasciàili adunque,
e pedon venni ad Ilio, ogni fidanza
posta nell'arco, che giovarmi poscia
dovea sì poco. Saettai con questo
due de' primi, l'Atride ed il Tidìde,
e ferii l'uno e l'altro, e il vivo sangue
ne trassi io sì, ma n'attizzai più l'ira.
In mal punto spiccai dunque dal muro
gli archi ricurvi il dì che al grande Ettore
compiacendo qua mossi, e de' Troiani
il comando accettai. Ma se redire,
se con quest'occhi riveder m'è dato
la patria, la consorte e la sublime
mia vasta reggia, mi recida ostile
ferro la testa, se di propria mano
non infrango e non getto nell'accese
vampe quest'arco inutile compagno.
E al borïoso il duce Enea: Non dire,
no, questi spregi. Della pugna il volto
cangerà, se ambedue sopra un medesmo
cocchio raccolti affronterem costui,
e farem delle nostre armi periglio.
Monta dunque il mio carro, e de' cavalli
di Troe vedi la vaglia, e come in campo
per ogni lato sappiano veloci
inseguire e fuggir. Questi (se avvegna
che il Tonante di nuovo a Dïomede
dia dell'armi l'onor), questi trarranno
salvi noi pure alla cittade. Or via
prendi tu questa sferza e queste briglie,
ch'io de' corsieri, per pugnar, ti cedo
il governo; o costui tu stesso affronta,
ché de' corsieri sarà mia la cura.
Sì (riprese il figliuol di Licaone)
tien tu le briglie, Enea, reggi tu stesso
i tuoi cavalli, che la mano udendo
del consueto auriga, il curvo carro
meglio trarranno, se fuggir fia forza
dal figlio di Tidèo. Se lor vien manco
la tua voce, potrìan per caso istrano
spaventati adombrarsi, e senza legge
Dissero; e il rege la chiamò per nome:
Vieni, Elena, vien qua, figlia diletta,
siedimi accanto, e mira il tuo primiero
sposo e i congiunti e i cari amici. Alcuna
non hai colpa tu meco, ma gli Dei,
che contra mi destâr le lagrimose
arme de' Greci. Or drizza il guardo, e dimmi
chi sia quel grande e maestoso Acheo
di sì bel portamento? Altri l'avanza
ben di statura, ma non vidi al mondo
maggior decoro, né mortale io mai
degno di tanta riverenza in vista:
Re lo dice l'aspetto. - E la più bella
delle donne così gli rispondea:
Suocero amato, la presenza tua
di timor mi rïempie e di rispetto.
Oh scelta una crudel morte m'avessi,
pria che l'orme del tuo figlio seguire,
il marital mio letto abbandonando
e i fratelli e la cara figlioletta
e le dolci compagne! Al ciel non piacque;
e quindi è il pianto che mi strugge. Or io
di ciò che chiedi ti farò contento.
Quegli è l'Atride Agamennón di molte
vaste contrade correttor supremo,
ottimo re, fortissimo guerriero,
un dì cognato a me donna impudica,
s'unqua fui degna che a me tale ei fosse.
Disse; ed in lui maravigliando il vecchio
fisse il guardo e sclamò: Beato Atride,
cui nascente con fausti occhi miraro
la Parca e la Fortuna, onde il comando
di fior tanto d'eroi ti fu sortito!
Sovviemmi il giorno ch'io toccai straniero
la vitifera Frigia. Un denso io vidi
popolo di cavalli agitatore
dell'inclito Migdon schiere e d'Otrèo,
che poste del Sangario alla riviera
avean le tende, ed io co' miei m'aggiunsi
lor collegato, e fui del numer uno
il dì che a pugna le virili Amàzzoni
discesero. Ma tante allor non fûro
le frigie torme no quante or l'achee.
Visto un secondo eroe, di nuovo il vecchio
la donna interrogò: Dinne chi sia
quell'altro, o figlia. Egli è di tutto il capo
minor del sommo Agamennón, ma parmi
e del petto più largo e della spalla.
Gittate ha l'armi in grembo all'erba, ed egli
come arïète si ravvolve e scorre
tra le file de' prodi; e veramente
parmi di greggia guidator lanoso
quando per mezzo a un branco si raggira
di candide belanti, e le conduce.
Quegli è l'astuto laerziade Ulisse,
la donna replicò, là nell'alpestre
suol d'Itaca nudrito, uom che ripieno
di molti ingegni ha il capo e di consigli.
Donna, parlasti il ver, soggiunse il saggio
Antènore. Spedito a dimandarti
col forte Menelao qua venne un tempo
ambasciatore Ulisse, ed io fui loro
largo d'ospizio e d'accoglienze oneste,
e d'ambo studïai l'indole e il raro
accorgimento. Ma venuto il giorno
di presentarsi nel troian senato,
notai che, stanti l'uno e l'altro in piedi,
il soprastava Menelao di spalla;
ma seduti, apparìa più augusto Ulisse.
Come poi la favella e de' pensieri
spiegâr la tela, ognor succinto e parco
ma concettoso Menelao parlava;
ch'uom di molto sermone egli non era,
né verbo in fallo gli cadea dal labbro,
benché d'anni minor. Quando poi surse
l'itaco duce a ragionar, lo scaltro
stavasi in piedi con lo sguardo chino
e confitto al terren, né or alto or basso
movea lo scettro, ma tenealo immoto
in zotica sembianza, e un dispettoso
detto l'avresti, un uom balzano e folle.
Ma come alfin dal vasto petto emise
la sua gran voce, e simili a dirotta
neve invernal piovean l'alte parole,
verun mortale non avrebbe allora
con Ulisse conteso; e noi ponemmo
la maraviglia di quel suo sembiante.
Qui vide un terzo il re d'eccelso e vasto
corpo, ed inchiese: Chi quell'altro fia
che ha membra di gigante, e va sovrano
degli omeri e del capo agli altri tutti? -
Il grande Aiace, rispondea racchiusa
nel fluente suo vel la dìa Lacena,
Aiace, rocca degli Achei. Quell'altro
dall'altra banda è Idomenèo: lo vedi?
ritto in piè fra' Cretensi un Dio somiglia,
e de' Cretensi gli fan cerchio i duci.
Spesso ad ospizio nelle nostre case
l'accolse Menelao, ben lo ravviso,
e ravviso con lui tutti del greco
e le navi assalir. Giove co' lampi
del suo favor gli affida; Ettore i truci
occhi volgendo d'ogni parte, e molto
delle sue forze altero e del suo Giove,
terribilmente infuria, e non rispetta
né mortali né Dei (tanto gl'invade
furor la mente), e della nuova aurora
già le tardanze accusa, e freme, e giura
di venirne a schiantar di propria mano
delle navi gli aplustri, ed a scagliarvi
dentro le fiamme, e incenerirle tutte,
e tutti tra le vampe istupiditi
ancidere gli Achivi. Or io di forte
timor la mente contristar mi sento,
che le costui minacce avversi numi
non mandino ad effetto, e che non sia
delle Parche decreto il dover noi
lungi d'Argo perir su queste rive.
Ma tu deh! sorgi, e benché tardi, accorri
a preservar dall'inimico assalto
i desolati Achei. Se gli abbandoni,
alto cordoglio un dì n'avrai, né al danno
troverai più riparo. A tempo adunque
l'antivieni prudente, ed allontana
dall'argolica gente il giorno estremo.
Ricòrdati, mio caro, i saggi avvisi
del tuo padre Pelèo, quando di Ftia
invïotti all'Atride. Amato figlio,
(il buon vecchio dicea) Minerva e Giuno,
se fia lor grado, ti daran fortezza;
ma tu nel petto il cor superbo affrena,
ché cor più bello è il mansueto; e tienti
(onde più sempre e giovani e canuti
t'onorino gli Achei), tienti remoto
dalla feconda d'ogni mal Contesa.
Questi del veglio i bei ricordi fûro:
tu gli obblïasti. Ten sovvenga adesso,
e la trista una volta ira deponi.
Ti sarà, se lo fai, largo di cari
doni l'Atride. Nella tenda ei dianzi
l'impromessa ne fece: odili tutti.
Sette tripodi intatti, e dieci d'oro
talenti, e venti splendidi lebeti;
dodici velocissimi destrieri
usi nel corso a riportarne i primi
premii, e già tanti n'acquistâr, che brama
più di ricchezze non avrìa chi tutti
li possedesse. Ti largisce inoltre
sette d'alma beltà lesbie donzelle
d'ago esperte e di spola, e da lui stesso
per lor suprema leggiadrìa trascelte
il dì che Lesbo tu espugnavi. A queste
la figlia aggiunge di Brisèo, giurando
che intatta, o prence, la ti rende. E tutte
pronte son queste cose. Ove poi Troia
ne sia dato atterrar, tu primo andrai,
nel partir della preda, a ricolmarti
d'oro e di bronzo i tuoi navigli, e dieci
captive e dieci ti scerrai tenute
dopo l'Argiva Elèna le più belle.
Di più: se d'Argo rivedrem le rive,
tu genero sarai del grande Atride,
e in onoranza e nella copia accolto
d'ogni cara dovizia al par del suo
unico Oreste. Delle tre che il fanno
beato genitor alme fanciulle,
Crisotemi, Laòdice, Ifianassa,
prendi quale vorrai senza dotarla.
Doteralla lo stesso Agamennóne
di tanta dote e tal, ch'altra giammai
regal donzella la simìl non s'ebbe;
sette città, Cardamile ed Enòpe,
Ira, Pedaso, Antèa, Fere ed Epèa,
tutte belle marittime contrade
verso il pilio confin, tutte frequenti
d'abitatori, a cui di molte mandre
s'alza il muggito, e che di bei tributi
t'onoreranno al par d'un Dio. Ciò tutto
daratti Atride, se lo sdegno acqueti.
Ché se lui sempre e i suoi presenti abborri,
abbi almeno pietà degli altri Achei
là nelle tende costernati e chiusi,
che t'avranno qual nume, ed alle stelle
la tua gloria alzeran. Vien dunque, e spegni
questo Ettòr che furente a te si para,
e vanta che nessun di quanti Achivi
qua navigaro, di valor l'eguaglia.
Divino senno, Laerzìade Ulisse,
rispose Achille, senza velo, e quali
il cor li detta e proveralli il fatto,
m'è d'uopo palesar dell'alma i sensi,
onde cessiate di garrirmi intorno.
Odio al par della porte atre di Pluto
colui ch'altro ha sul labbro, altro nel core:
ma ben io dirò netto il mio pensiero.
Né il grande Atride Agamennón, né alcuno
me degli Achivi piegherà. Qual prezzo,
qual ricompensa delle assidue pugne?
Di chi poltrisce e di chi suda in guerra
qui s'uguaglia la sorte: il vile usurpa
ma d'Ilio alla gran torre. Udito avendo
dell'inimico un furïoso assalto
e de' Teucri la rotta, la meschina
corre verso le mura a simiglianza
di forsennata, e la fedel nutrice
col pargoletto in braccio l'acccompagna.
Finito non avea queste parole
la guardïana, che veloce Ettorre
dalle soglie si spicca, e ripetendo
il già corso sentier, fende diritto
del grand'Ilio le piazze: ed alle Scee,
onde al campo è l'uscita, ecco d'incontro
Andromaca venirgli, illustre germe
d'Eezïone, abitator dell'alta
Ipoplaco selvosa, e de' Cilìci
dominator nell'ipoplacia Tebe.
Ei ricca di gran dote al grande Ettorre
diede a sposa costei ch'ivi allor corse
ad incontrarlo; e seco iva l'ancella
tra le braccia portando il pargoletto
unico figlio dell'eroe troiano,
bambin leggiadro come stella. Il padre
Scamandrio lo nomava, il vulgo tutto
Astïanatte, perché il padre ei solo
era dell'alta Troia il difensore.
Sorrise Ettorre nel vederlo, e tacque.
Ma di gran pianto Andromaca bagnata
accostossi al marito, e per la mano
strignendolo, e per nome in dolce suono
chiamandolo, proruppe: Oh troppo ardito!
il tuo valor ti perderà: nessuna
pietà del figlio né di me tu senti,
crudel, di me che vedova infelice
rimarrommi tra poco, perché tutti
di conserto gli Achei contro te solo
si scaglieranno a trucidarti intesi;
e a me fia meglio allor, se mi sei tolto,
l'andar sotterra. Di te priva, ahi lassa!
ch'altro mi resta che perpetuo pianto?
Orba del padre io sono e della madre.
M'uccise il padre lo spietato Achille
il dì che de' Cilìci egli l'eccelsa
popolosa città Tebe distrusse:
m'uccise, io dico, Eezïon quel crudo;
ma dispogliarlo non osò, compreso
da divino terror. Quindi con tutte
l'armi sul rogo il corpo ne compose,
e un tumulo gli alzò cui di frondosi
olmi le figlie dell'Egìoco Giove
l'Oreadi pietose incoronaro.
Di ben sette fratelli iva superba
la mia casa. Di questi in un sol giorno
lo stesso figlio della Dea sospinse
l'anime a Pluto, e li trafisse in mezzo
alle mugghianti mandre ed alle gregge.
Della boscosa Ipoplaco reina
mi rimanea la madre. Il vincitore
coll'altre prede qua l'addusse, e poscia
per largo prezzo in libertà la pose.
Ma questa pure, ahimè! nelle paterne
stanze lo stral d'Artèmide trafisse.
Or mi resti tu solo, Ettore caro,
tu padre mio, tu madre, tu fratello,
tu florido marito. Abbi deh! dunque
di me pietade, e qui rimanti meco
a questa torre, né voler che sia
vedova la consorte, orfano il figlio.
Al caprifico i tuoi guerrieri aduna,
ove il nemico alla città scoperse
più agevole salita e più spedito
lo scalar delle mura. O che agli Achei
abbia mostro quel varco un indovino,
o che spinti ve gli abbia il proprio ardire,
questo ti basti che i più forti quivi
già fêr tre volte di valor periglio,
ambo gli Aiaci, ambo gli Atridi, e il chiaro
sire di Creta ed il fatal Tidìde.
Dolce consorte, le rispose Ettorre,
ciò tutto che dicesti a me pur anco
ange il pensier; ma de' Troiani io temo
fortemente lo spregio, e dell'altere
Troiane donne, se guerrier codardo
mi tenessi in disparte, e della pugna
evitassi i cimenti. Ah nol consente,
no, questo cor. Da lungo tempo appresi
ad esser forte, ed a volar tra' primi
negli acerbi conflitti alla tutela
della paterna gloria e della mia.
Giorno verrà, presago il cor mel dice,
verrà giorno che il sacro iliaco muro
e Priamo e tutta la sua gente cada.
Ma né de' Teucri il rio dolor, né quello
d'Ecuba stessa, né del padre antico,
né de' fratei, che molti e valorosi
sotto il ferro nemico nella polve
cadran distesi, non mi accora, o donna,
sì di questi il dolor, quanto il crudele
tuo destino, se fia che qualche Acheo,
del sangue ancor de' tuoi lordo l'usbergo,
lagrimosa ti tragga in servitude.
ch'io di notte traessi all'inimico
ad esplorar se, come pria, guardate
sien le navi, o se voi dal nostro ferro
domi teniate del fuggir consiglio,
schivi di veglie, e di fatica oppressi.
Sorrise Ulisse, e replicò: Gran dono
certo ambiva il tuo cor, del grande Achille
i destrier. Ma domarli e cavalcarli
uom mortale non può, tranne il Pelìde
cui fu madre una Dea. Ma questo ancora
contami, e non mentire: Ove lasciasti,
qua venendoti, Ettorre? ove si stanno
i suoi guerrieri arnesi? ove i cavalli?
quai son de' Teucri le vigilie e i sonni?
quai le consulte? Bloccheran le navi?
O in Ilio torneran, vinto il nemico?
Gli rispose Dolon: Nulla del vero
ti tacerò. Co' suoi più saggi Ettorre
in parte da rumor scevra e sicura
siede a consiglio al monumento d'Ilo.
Ma le guardie, o signor, di che mi chiedi,
nulla del campo alla custodia è fissa.
Ché quanti in Ilio han focolar, costretti
son cotesti alla veglia, e a far la scolta
s'esortano a vicenda: ma nel sonno
tutti giacccion sommersi i collegati,
che da diverse regïon raccolti,
né figli avendo né consorte al fianco,
lasciano ai Teucri delle guardie il peso.
Ma dormon essi co' Troian confusi
(ripiglia Ulisse), o segregati? Parla,
ch'io vo' saperlo. - E a lui d'Eumede il figlio:
Ciò pure ti sporrò schietto e sincero.
Quei della Caria, ed i Peonii arcieri,
i Lelegi, i Caucóni ed i Pelasghi
tutto il piano occupâr che al mare inchina;
ma il pian di Timbra i Licii e i Misii alteri
e i frigii cavalieri, e con gli equestri
lor drappelli i Meonii. Ma dimande
tante perché? Se penetrar vi giova
nel nostro campo, ecco il quartier de' Traci
alleati novelli, che divisi
stansi ed estremi. Han duce Reso, il figlio
d'Eïonèo, e a lui vid'io destrieri
di gran corpo ammirandi e di bellezza,
una neve in candor, nel corso un vento.
Monta un cocchio costui tutto commesso
d'oro e d'argento, e smisurata e d'oro
(maraviglia a vedersi!) è l'armatura,
di mortale non già ma di celeste
petto sol degna. Che più dir? Traetemi
prigioniero alle navi, o in saldi nodi
qui lasciatemi avvinto infin che pure
vi ritorniate, e siavi chiaro a prova
se fu verace il labbro o menzognero.
Lo guatò bieco Dïomede, e disse:
Da che ti spinse in poter nostro il fato,
Dolon, di scampo non aver lusinga,
benché tu n'abbia rivelato il vero.
Se per riscatto o per pietà disciolto
ti mandiam, tu per certo ancor di nuovo
alle navi verresti esploratore,
o inimico palese in campo aperto.
Ma se qui perdi per mia man la vita,
più d'Argo ai figli non sarai nocente.
Disse; e il meschino già la man stendea
supplice al mento; ma calò di forza
quegli il brando sul collo, e ne recise
ambe le corde. La parlante testa
rotolò nella polve. Allor dal capo
gli tolsero l'elmetto, e l'arco e l'asta
e la lupina pelle. In man solleva
le tolte spoglie Ulisse, e a te, Minerva
predatrice, sacrandole, sì prega:
Godi di queste, o Dea, ché te primiera
de' Celesti in Olimpo invocheremo;
ma di nuovo propizia ai padiglioni
or tu de' traci cavalier ne guida.
Disse, e le spoglie su la cima impose
d'un tamarisco, e canne e ramoscelli
sterpando intorno, e di lor fatto un fascio,
segnal lo mette che per l'ombra incerta
nel loro ritornar lo sguardo avvisi.
Quindi inoltrâr pestando sangue ed armi,
e fur tosto de' Traci allo squadrone.
Dormìano infranti di fatica, e stesi
in tre file, coll'armi al suol giacenti
a canto a ciascheduno. Ognun de' duci
tiensi dappresso due destrier da giogo:
dorme Reso nel mezzo; e a lui vicino
stansi i cavalli colle briglie avvinti
all'estremo del cocchio. Avvisto il primo
si fu di Reso Ulisse, e a Dïomede
l'additò: Dïomede, ecco il guerriero,
ecco i destrier che dianzi n'avvisava
quel Dolon che uccidemmo. Or tu fuor metti
l'usata gagliardìa, che qui passarla
neghittoso ed armato onta sarebbe.
Sciogli tu quei cavalli, o a morte mena
costor, ché de' cavalli è mia la cura.
alimento; così de' combattenti
equilibrata si tenea la pugna,
finché l'ora pur venne in che dovea
spinto da Giove superar primiero
Ettore la muraglia. Alza ei repente
la terribile voce, ed, Accorrete,
grida, o forti Troiani, urtate il muro,
spezzatelo, gittate alfin le fiamme
vendicatrici nella classe achea.
L'udiro i Teucri, ed incitati e densi
avventârsi ai ripari, e sovra il muro
montâr coll'aste in pugno. Appo le porte
un immane giacea macigno acuto:
non l'avrìan mosso agevolmente due
de' presenti mortali anche robusti
per carreggiarlo. A questo diè di piglio
Ettore; ed alto sollevollo, e solo
senza fatica l'agitò; ché Giove
in man del duce lo rendea leggiero.
E come nella manca il mandrïano
lieve sostien d'un arïète il vello,
insensibile peso; a questa guisa
Ettore porta sollevato in alto
l'enorme sasso, e va dirittamente
contro l'assito che compatto e grosso
delle porte munìa la doppia imposta,
da due forti sbarrata internamente
spranghe traverse, ed uno era il serrame.
Fattosi appresso, ed allargate e ferme
saldamente le gambe, onde con forza
il colpo liberar, percosse il mezzo.
Al fulmine del sasso sgangherârsi
i cardini dirotti; orrendamente
muggîr le porte, si spezzâr le sbarre,
si sfracellò l'assito, e d'ogni parte
le schegge ne volâr; tale fu il pondo
e l'impeto del sasso che di dentro
cadde e posò. Pel varco aperto Ettorre
si spinse innanzi simigliante a scura
ruinosa procella. Folgorava
tutto nell'armi di terribil luce;
scotea due lance nelle man; gli sguardi
mettean lampi e faville, e non l'avrìa,
quando ei fiero saltò dentro le porte,
rattenuto verun che Dio non fosse.
Alle sue schiere allor si volse, e a tutte
comandò di varcar l'achea trinciera.
Obbediro i Troiani; immantinente
altri il muro salîr, altri innondaro
le spalancate porte. Al mar gli Achivi
fuggono, e immenso ne seguìa tumulto.

Libro Decimoterzo
Poiché Giove appressati ebbe alle navi
con Ettore i Troiani, ivi in travaglio
incessante lasciolli: e volti indietro
i fulgid'occhi a riguardar si pose
del Trace di cavalli agitatore
la contrada e de' Misii a stretta pugna
valorosi guerrieri e de' famosi
Ippomolghi, giustissimi mortali
che di latte nudriti a lunga etade
producono i lor dì: né più di Troia
dava un guardo alle mura, in sé pensando
che nessun Dio discendere de' Teucri
o de' Greci in aita oso sarebbe.
Né invan si stava alla vedetta intanto
il re Nettunno che su l'alte assiso
selvose cime della tracia Samo
contemplava di là l'aspro conflitto;
e tutto l'Ida e Troia e degli Achei
le folte antenne si vedea davanti.
Ivi uscito dell'onde egli sedea,
e del cader de' Greci impietosito
contro Giove fremea d'alto disdegno.
Ratto spiccossi dall'alpestre vetta
e discese. Tremâr le selve e i monti
sotto il piede immortal dell'incedente
irato Enosigèo. Tre passi ei fece,
e al quarto giunse alla sua meta in Ege,
ove d'auro corruschi in fondo al mare
sorgono eccelsi i suoi palagi eterni.
Qui venuto i veloci oro-criniti
eripedi cavalli al cocchio aggioga.
In aurea vesta si ravvolge tutta
la divina persona, ed impugnato
l'aureo flagello di gentil lavoro
monta il carro, e leggier vola su l'onda.
Dagl'imi gorghi uscite a lui dintorno,
conoscendo il re lor, l'ampie balene
esultano, e per gioia il mar si spiana.
Così rapide volano le rote
che dell'asse né pur si bagna il bronzo;
e gli agili cavalli a tutto corso
verso le navi achee portano il Dio.
Fra Tènedo e fra l'aspra Imbro nell'imo
s'apre dell'alto sale ampia spelonca.
Qui giunto il nume i corridor sostenne,
e dal temo gli sciolse, e ristorati
d'ambrosio cibo, gli allacciò di salde
da quaranta carene accompagnato.
D'Argissa e di Girton, d'Orte e d'Elona
e della bianca Oloossona i figli
procedono suggetti al fermo e forte
Polipete, figliuol di Piritòo,
del sempiterno Giove inclito seme;
e generollo a Piritòo l'illustre
Ippodamìa quel dì che dei bimembri
irti Centauri ei fe' l'alta vendetta,
e li cacciò dal Pelio, e agli Eticesi
li confinò. Né solo è Polipete,
ma seco è Leontèo, marzio germoglio
del Cenìde magnanimo Corone.
e questa è squadra di quaranta antenne.
Venti da Cifo e due Gunèo ne guida
d'Enïeni onerose e di Perebi,
franchi soldati, e di color che intorno
alla fredda Dodona avean la stanza,
e di quelli che solcano gli ameni
campi cui l'onda titaresia irriga,
rivo gentil che nel Penèo devolve
le sue bell'acque, né però le mesce
con gli argenti penèi, ma vi galleggia
come liquida oliva; ché di Stige
(giuramento tremendo) egli è ruscello.
Ultimo vien di Tentredone il figlio
il veloce Protòo, duce ai Ma